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La crisi dell’adolescenza nell’epoca post moderna
la notte bollente

 

di Vincenzo Luciani *

 

La nostra è stata definita l’epoca dei traumi. L’essere umano mostra un’estrema fragilità dinanzi ad avvenimenti che un tempo lo avrebbero ferito molto meno. Un tempo la cultura tentava di rendere umanamente accettabile e sopportabile tutto ciò che di orribile poteva mostrarsi nell’esistenza, oggi, invece,  non soltanto essa fa fatica ad adempiere a questo compito ma, paradossalmente, si mostra attraversata da una sorta di perversione che fa crescere a dismisura gli eventi capaci di traumatizzare gli individui. La società passata si fondava su una continuità fondamentale tra la famiglia e la comunità di appartenenza. Gli stessi valori veicolati dal sociale si ritrovavano dentro la famiglia. Questa si incaricava di introdurre nella vita dei figli quegli ideali che poi avrebbero ritrovato nel mondo esterno. E’ per questo che la famiglia di un tempo è stata definita una ‘famiglia normativa’. La nostra società, quella chiamata post moderna, presenta  invece profonde ‘smagliature’ nella propria  rete culturale, con ripercussioni negative sugli adulti ma ancor più sui bambini e sugli adolescenti. Con sempre maggior frequenza i fatti di cronaca ci rivelano la fragilità soggettiva dei nostri ragazzi che spesso li fa precipitare dentro i gorghi di una spirale che annulla la possibilità di attraversare la vita con un desiderio etico, cioè con un desiderio capace di tenere a bada gli eccessi di un edonismo che si rivela minaccioso per se stessi e per gli altri.

 

La nostra società, in particolare, rivela una profonda instabilità dei legami sociali sui quali, invece, per molti secoli aveva trovato fondamento e stabilità. Oggi ognuno si affida a valori modellati a proprio uso e consumo. Se da un lato ciò sembra avvalorare l’idea di una maggiore libertà a cui l’individuo finalmente accede, dall’altro questa medesima libertà non fa che rendere  più precari i legami con i propri simili, come se fosse divenuto molto più complicato declinare la propria sfera di pensiero e di azione con quelle degli altri. E’ come se la libertà si mostrasse come libertà dall’altro, libertà dalla fatica di doversi confrontare con l’altro.

 

Il nostro mondo è dunque radicalmente mutato rispetto al tempo che l’ha preceduto ed i nostri ragazzi non vi trovano più gli ancoraggi sociali e psicologici di cui avevano beneficiato le altre generazioni. La società passata privilegiava l’appartenenza a discapito della libertà individuale, la nostra privilegia la libertà a discapito dell’appartenenza. Senza dubbio possiamo affermare che la nostra società comporta una complessità  ed una variabilità sconosciuta fino a qualche decennio fa. Complessità e variabilità che fanno dire al sociologo Bauman che la nostra è una “società liquida”, in perenne movimento e che dunque impone a ciascun individuo, in mancanza di soluzioni precostituite e stabili, la capacità di non rinunciare ad assumere decisioni che debbono includere il peso della propria responsabilità personale. La nostra società è dunque attraversata da cambiamenti inimmaginabili rispetto ad una società definita ‘stabile’, producendo effetti dirompenti nella vita individuale e comunitaria. Attraversare la vita con soddisfazione è ovviamente sempre possibile ma è diventato molto più complicato.

 

Così dobbiamo prendere atto che una fase di passaggio cruciale come quella adolescenziale ha subito un profondo mutamento. Mutamento che ci spinge a parlare non più di crisi adolescenziale quanto, piuttosto, di adolescenza in crisi. Per i giovani, in mancanza di riti d' iniziazione predisposti dalla società, risulta sempre più problematico mettere in atto una vera crisi adolescenziale capace di traghettarli dall’età infantile a quella adulta. L’adolescenza è diventata così non più un’età di transizione tra l’infanzia e l’età adulta, ma l’età della vita considerata come punto d' arrivo dello sviluppo personale. L’età adulta è divenuta un’età dai contorni così indefiniti che spesso ci si crede adulti, il corpo ovviamente cresce, ma si rimane adolescenti nella mente. 

 

Questa constatazione ci deve spingere a gettare uno sguardo inedito sull’età  adolescenziale perché, tra le altre cose, fa sbocciare sintomi radicalmente nuovi rispetto a quelli che la caratterizzavano un tempo. Nuovi sintomi non perché non esistessero prima bensì perché oggi riguardano un numero sempre crescente di giovani. E’ vero per la tossicodipendenza, per l’alcolismo, per l’anoressia, per la bulimia, per l’obesità, per la dipendenza dai video giochi, per i comportamenti suicidari, per gli atti di violenza psicologica o fisica nei confronti degli altri.

 

I giovani sono sempre più legati ad un piacere che si rivela nocivo, che si mostra più imparentato con la sofferenza e la morte che con una vita appagante.

 

Si tratta di forme di disagio in cui gli adolescenti si trovano alle prese non con le sane difficoltà proprie di una dialettica legata a nuovi e vecchi legami interpersonali, bensì con una sofferenza prodotta dal rifiuto dell’incontro con l’altro a vantaggio di un solitario rapporto con sostanze ed oggetti che avvertiti come la panacea alle difficoltà dell’esistenza. Dinanzi a legami sociali che comportano il rischio di non essere accettati, di essere rifiutati, di non essere riconosciuti come si  vorrebbe, si preferisce non passare attraverso gli altri, non domandare agli altri, cercando di colmare il mal di vivere con oggetti di godimento prodotti ed offerti dal mercato.

 

Questa scelta non è ovviamente senza conseguenze sulle loro vite. Come scrive il poeta Holderlin “Nessuno la vita regge da solo”. I nostri giovani pur vivendo in una società in cui ogni giorno sono nella condizione potenziale di incontrare un numero smisurato di persone, paradossalmente fanno di tutto per evitarli, per incontrarli veramente, sostituendo ai rapporti umani ‘contatti’ di facciata. Essere autonomo ha assunto il significato di poter fare a meno degli altri. Gli adolescenti appaiono come piccoli uomini solitari in mezzo ad una folla vissuta come pericolosa.

 

Ciò che per loro fa opinione passa soprattutto attraverso l’impalpabile ma onnipresente mondo virtuale. Ovunque vadano, trovano persuasori, occulti e non, capaci di rassicurarli attimo per attimo sul modo di vestire, di mangiare, di bere, di divertirsi. Dinanzi alla forza di persuasione di messaggi fondati sulla suggestione, dunque su un asservimento avvertito come libertà, l’opinione dei genitori, così come il sapere trasmesso dalla scuola, rischiano di  apparire risibili. Capita così, come ad esempio in Giappone, che dinanzi all’orrore di una vita sentita ormai priva di senso, migliaia di adolescenti, come moderni eremiti, preferiscono richiudersi, per mesi o per anni, nella loro cameretta non avendo che come interlocutori neppure i loro familiari ma soltanto la televisione o il computer. E’ il drammatico fenomeno sociale che i giapponesi hanno chiamato hikikomori (ritiro, isolamento).

 

 

Ora, mi pare evidente che se la famiglia dinanzi a questi stravolgimenti sociali vuole avere una chance di far presa sulla vita dei figli dovrebbe comprendere che ciò che conta nell’educazione non è tanto l’imposizione di norme educative quanto, soprattutto, la trasmissione di un  desiderio capace di dare un senso autentico all’esistenza, un senso che consenta loro di affrontare un mondo che pare‘giocare contro’ l’essere umano. Detto in altri termini: dinanzi ai problemi esistenziali incontrati dagli adolescenti è solo l’esempio concreto dei comportamenti genitoriali che può divenire una bussola capace di orientare in un mondo dalle coordinate malcerte. La declamazione reiterata quotidianamente di precetti educativi non incarnati risulta inefficace.

 

L’amore dei genitori deve essere inteso come un sentimento attraverso il quale mettere i figli al riparo da un’omologazione sociale che, rispondendo ad una logica mercificatoria, li valorizza soltanto come potenziali consumatori. I genitori debbono permettere ai figli di strutturarsi come soggetti di desiderio, vale a dire come individui che fin da piccoli devono esercitare e mettere alla prova le proprie potenzialità ed il proprio raziocinio. L’infanzia deve essere così il tempo in cui si impara che l’esistenza non sarà mai in grado di soddisfare compiutamente l’anelito alla compiutezza. L’educazione o è questo oppure risulterà, alla prova della vita, che è l’unica prova che conta, inefficace se non dannosa.

 

L’adolescenza dovrebbe perciò essere il  banco di prova di ciò che ogni bambino ha ‘costruito’ psicologicamente nell’infanzia, per svelare, una volta per tutte, che non si è affatto onnipotenti e che per trovare un posto nella vita si deve faticare parecchio.

 

Ciò è quanto dovrebbe accadere ma che, purtroppo, rischia di accadere sempre meno.

 

Dinanzi ad una società che sembra rinunciare ad elaborare strumenti culturali capaci di far comprendere ai giovani che la vita non assomiglia affatto ad una cornucopia, i giovani sovente esauriscono la loro progettualità rintanandosi nel comodo ruolo di consumatori. Capita così che gli altri non siano più considerati come propri simili che pur nella diversità sono portatori di desideri apparentati ai nostri, ma diventino anch’essi oggetti inerti pronti per essere consumati. Gli altri perdono il loro statuto di soggetti per apparire come oggetti da godere, eventualmente anche senza il loro consenso.

 

I nostri adolescenti fanno così sempre più fatica a creare, dentro e fuori la famiglia, legami affettivi degni di questo nome. Invece di impegnarsi nella faticosa ed incerta costruzione di legami con gli altri, l’offerta del libero mercato, attraverso gadget nati già obsoleti e dunque mai adeguati, li mette nelle condizioni di inseguire illusoriamente il possesso di oggetti ritenuti saturare quelli che invece da sempre sono limiti umani insuperabili. Limiti non affrontabili attraverso comode ma costose scorciatoie. Costose sia in senso economico che psicologico.

 

Si tratta di una tendenza affatto incoraggiante: l’adolescenza non pare più adempiere il compito di spingere i giovani a rinunciare ad una felicità senza resti, per farli misurare, invece, con gli inciampi dell’esistenza. Anzi essa sembra essere il luogo in cui si prolunga l’infanzia e non quello in cui si diviene adulti.

 

E’ questo lo  scenario poco rassicurante dentro il quale si affannano i nostri giovani. Dobbiamo allora dire che non hanno più speranza, che il loro destino è tragicamente segnato? Non lo credo. Ma solo se saremo capaci di promuovere un modo inedito di far dialogare genitori e figli, solo se saremo all’altezza di pensare ad una scuola che sappia formare i giovani a parare i colpi di una società che li vorrebbe oggetti passivi piuttosto che individui pensanti. Senza una prospettiva educativa rinnovata continuerà ad affermarsi, sempre più, una cultura in cui i giovani rinunceranno, forse definitivamente, alla fatica intellettuale ed alla capacità di far fronte alle intemperie della vita, per rifugiarsi in una sorta di autismo in cui ogni cosa, inclusi gli altri, sarà valorizzata solo se risulterà utile ai propri interessi mondani.

 

Se non saremo in grado di coltivare questa utopia, non trovo termine più adatto per definirla, il destino delle future generazioni, già sfavorevolmente disegnato rischia di divenire definitivamente infausto. Non si tratta com’è ovvio di demonizzare scioccamente i vantaggi che ci derivano dalle conquiste della scienza e della tecnologia, non si tratta di ritornare in un tempo mitico, dunque mai esistito, bensì di pensare al progresso come una specie di Giano bifronte che da un lato dispensa benessere, soprattutto materiale, ma dall’altro tende ad eliminare ogni etica che sostenga gli umani limiti e le necessità dell’animo. Il disagio così diffuso dei nostri giovani è lì a mostrarci che se non si riesce a vivere dentro ad un progetto etico condiviso si finisce con il divenire impotenti e con l’ammalarsi sempre più.

 

( * ) Direttore Consultorio Familiare Asur Marche ZZ.TT. 12 e 13

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